Woody Allen – A proposito di niente

Angolo del Ceo - A propos of nothing

Intro

Scrivendo questa recensione, non ho potuto fare a meno di pensare che molto probabilmente rivestirà poca importanza per i potenziali lettori. Meno delle altre da me redatte in precedenza, il che è tutto dire.

Il buon vecchio Woody infatti, per quel che ho potuto constatare nei lunghi anni di militanza come suo fan, è un personaggio che divide i giudizi in modo netto tra chi lo ama, alle nostre latitudini soprattutto grazie ai film, e chi invece non lo sopporta (o meglio, nella gran parte dei casi non sopporta il suo tipico “personaggio” cinematografico).

I primi immagino abbiano perfezionato l’acquisto del libro subito dopo la pubblicazione in Italia (Editore La nave di Teseo, 2020), gli altri sono certo che non lo prenderanno in considerazione nemmeno dopo aver letto la più entusiasta delle recensioni.

E tuttavia, dato che faccio parte della schiera dei fan, non posso esimermi.

 

Sinossi

Woody Allen, al secolo Allan Stewart Königsberg, nasce in una famiglia ebrea di Brooklyn nel 1935.

Lo spirito suggestivo, caustico e secolare della Grande Mela forgiano il giovane Allen, facendolo innamorare fin da ragazzino di Manhattan, del jazz, del cinema, delle grandi redazioni giornalistiche e segnando il percorso della sua fantastica carriera: battutista per i giornali di Broadway, scrittore per la radio, la TV, il teatro, il cinema e il New Yorker. E poi ancora stand up comedian nei locali di cabaret in cui altri folli come lui sfidavano con le proprie battute al vetriolo i palcoscenici newyorchesi, probabilmente tra i più difficili in assoluto da affrontare per questo tipo di spettacoli.

E infine regista e attore conosciuto in tutto il mondo.

Il racconto procede in ordine cronologico sparso: dai ricordi d’infanzia a fulminei sprazzi sul presente, ma sempre seguendo un filo logico attraverso cui il lettore impara ad apprezzare un Woody Allen per certi versi riconoscibilissimo e per certi versi inedito.

Per chi li ha amati sarà piacevole ripercorrere il susseguirsi dei suoi film, incastonati tra i vari capitoli della sua vita. Ma si badi che, come prevedibile, l’autore non spreca parole per incensarsi e non si perde in sofisticate analisi tecniche o interpretazioni autentiche delle sue opere. Al di là di qualche (gustoso) aneddoto, parla dei suoi film quasi come farebbe uno spettatore distratto, giudicandoli spesso in modo sorprendentemente diverso rispetto ai suoi fan (l’opera che ritiene perfetta è La ruota delle meraviglie, del 2017; lo avreste mai detto?). Per lo più si concede il vezzo, lungo tutto il libro, di sdrammatizzare e sminuire tutto ciò che lo riguarda, negando a più riprese il suo presunto genio e la sua “incomprensibile” fama di intellettuale.

“Rimarreste allibiti nel sapere tutto quello che non so, non ho letto e non ho visto.“

Al centro emotivo del libro si pone senza dubbio la spinosa vicenda della separazione da Mia Farrow, del matrimonio con Soon-yi Previn, figlia adottiva della Farrow e ormai moglie di Allen da oltre vent’anni, e delle conseguenti diatribe legali che oltre a spaccare una famiglia devastando rapporti affettivi tra genitori e figli, hanno imperversato per anni sui tabloid e nelle cronache giudiziarie di mezzo mondo.

La parte più intensa e più “vera” del libro, anche dal punto di vista del registro stilistico, è proprio questa. Interessante, e segno dei tempi, anche la presa di posizione nei confronti di attrici, attori e altri personaggi che hanno preso pubblicamente le distanze da Allen nei mesi in cui impazzava ad Hollywood il movimento #metoo.

C’è di che divertirsi, insomma: la lettura è cosparsa di ingredienti interessanti.

 

L’opinione del Ceo

Un libro forse imperdibile per chi ama Woody Allen: vi troverà molte conferme e si godrà alcuni aspetti inediti e particolari del poliedrico scrittore, regista e attore.

Per i suoi fan la lettura suonerà come il ripasso del copione di un film mai proiettato sugli schermi ma che sembrerà comunque di aver già intravisto, per le sue atmosfere, per le battute, per i riferimenti musicali, cinematografici e geografici (anche se molti profumi, legati alla Manhattan degli anni ’40 e ’50, sono difficili da cogliere per il lettore italiano). Ogni pagina di questo libro, eccezion fatta forse per la parte più intima, quella legata a Mia Farrow e Soon-yi Previn, è sempre ben modellata attorno al personaggio iconico che tutti conosciamo dopo mezzo secolo di cinema, anche quando sembra discostarsene.

Ovviamente, considerato il protagonista, non ci si poteva aspettare una autobiografia che rispettasse i classici canoni celebrativi del genere. Per gran parte del libro Allen si racconta in modo dissacrante, provocatorio, per certi versi nichilista e con un gradiente di autoironia degno dei suoi personaggi cinematografici. L’icona cult che l’autore è consapevole, inopinatamente, di rappresentare, diventa spesso il bersaglio dei suoi sbeffeggi più velenosi.

Gustosissimo, e perfettamente in linea con il pungente cinismo che condisce tutte le 400 pagine del libro, l’aneddoto relativo ad un invito a cena che il nostro ha ricevuto dal regista Roman Polanski. Una sorta di canovaccio teatrale da commedia degli equivoci, in cui solo alla fine si scopre che l’ospite non era Polanski ma Roman Abramovich.

Una scena che sarebbe stata benissimo all’interno di tanti dei suoi film.

 

Citazioni

Su Annie Hall: “[…] la mattina dopo un articolo del New York Times – prima pagina ma taglio basso – annunciava che avevamo vinto quattro Oscar, compreso quello per il miglior film. Reagii come quando avevo saputo dell’assassinio di Kennedy. Ci pensai per un minuto, poi finii la mia scatola di cereali, andai alla mia macchina da scrivere e mi misi al lavoro.”

Su Manhattan: “Manhattan Fu un grande successo. Grande per i miei standard, ma sempre meno dell’ultimo Star Wars.” […] “Quando uscì mi ritrovai sulla copertina del New York Times Magazine e, per la seconda volta, del Time.[…] Il Time mi definì un genio della commedia: rispetto a veri geni […] c’è la stessa differenza che passa tra un presidente del consiglio scolastico e il presidente degli Stati Uniti.”

Su Magic in the moonlight: “Anche questa volta parlavo di trucchi e magia. Una critica perspicace anni fa scrisse un libro su questo tema ricorrente nei miei film. La storia le ha dato ragione. Mi pare che l’unica speranza dell’umanità risieda nell’illusione. Ho sempre odiato la realtà, ma è l’unico posto dove si trovino gustose ali di pollo.”

Su La maledizione dello scorpione di giada: “Trovare un protagonista fu difficile, tutti quelli a cui offrivo il ruolo si tiravano indietro. Così dovetti interpretarlo io, risultando il tallone d’Achille del film.”

Su Scarlett Johansson: “Aveva solo diciannove anni quando fece Match Point, ma era già un’attrice entusiasmante, nata per essere una star, intelligente, svelta, spiritosa; e quando la vedevi di persona, dovevi farti largo attraverso i ferormoni. Non solo aveva talento e bellezza, ma sessualmente era radioattiva.”

Varie: “[…] essere un misantropo ha i suoi vantaggi: la gente non può mai deluderti”

Varie: “Se morissi adesso non potrei lamentarmi né lo farebbe un mucchio di altra gente”.

Varie: “Non nego che arrida alle mie fantasie poetiche il fatto di essere un artista il cui lavoro non viene visto nel suo paese e, vittima di un’ingiustizia, è costretto a cercare il proprio pubblico all’estero. Pensate a Henry Miller, D.H. Lawrence, James Joyce. Mi vedo al loro fianco, con uno sguardo di sfida. E’ a questo punto che mi moglie mi sveglia e mi dice «Stai russando»”.

Varie: “Cercai di pensare se avessi fatto qualche gesto altrettanto significativo nella mia vita ma, a parte chiamare un taxi sotto la pioggia per una vecchia signora sulla Sesta Avenue, non mi venne in mente nulla.”

 

 

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